Lab Dakar: una capsule di t-shirt ethically made dal Senegal

Lab Dakar è uno di quei progetti che non puoi non sposare. Ho avuto la possibilità di parlarne direttamente con i due ideatori, Giulio e Sara, due ragazzi come me, come noi, che hanno voluto mettersi in gioco unendo le loro professioni già consolidate in ambito moda con il desiderio di essere vicini al mondo del volontariato. E così, unendo le forze con la cooperativa Gis Gis, attiva a Dakar, in Senegal, per le donne, è nato Lab Dakar, un vero e proprio laboratorio creativo, tessile, di moda che vuole realizzare in modo etico capi di abbigliamento che rispettino la cultura e la tradizione africana incontrando anche il gusto occidentale.

Al momento è attiva una << campagna di crowdfunding su Kickstarter >>(fino al 24 luglio 2017) con cui sostenere il progetto pre-ordinando una delle t-shirt della prima capsule “ethically made” che verrà realizzata proprio a Dakar dalle ragazze della cooperativa. Dalla mia chiacchierata in un torrido pomeriggio estivo con Giulio e Sara sono emersi tantissimi particolari di tutto il progetto che sono felice di condividere con voi, senza filtri. Il loro entusiasmo contagioso non ha reso necessarie troppe domande, e la chiacchierata è nata spontanea.

Giulio. Il progetto è nato per caso, io e Sara lavoriamo entrambi per Guess, io ho studiato economia quindi mi occupo più di aspetti organizzativi, mentre Sara è una tecnica di prodotto. Ci siamo ritrovati a parlare e a creare un’idea che potesse mettere in gioco anche le competenze relative al nostro lavoro. In più io conoscevo già l’associazione perché sono stato a fare un campo di volontariato in Bosnia. Abbiamo scoperto che a Dakar avevano già fatto un progetto in ambito moda un paio di anni fa con queste ragazze che sono nostre coetanee, diciamo che la più giovane ha 18 anni, la più “vecchia” ne ha 28, quindi non abbiamo fatto altro che rimettere insieme i tasselli di questo progetto del 2014 che le aveva già aiutato a raccogliere i macchinari utili per lavorare, quindi macchine da cucire, affittare uno spazio al piano di sopra di una scuola di quello che da noi potremmo chiamare Fashion Design, ovviamente traslato nella realtà africana della periferia di Dakar.

Sara. Le prime volte che ne parlavamo c’erano un sacco di dubbi su come dare forma a questo progetto, entrambi sapevamo di voler mettere in gioco le nostre competenze diverse e unirle per creare qualcosa che andasse fuori dal nostro ambiente, andare oltre a quello che vediamo quotidianamente. Da parte mia soprattutto trasmettere a queste ragazze ciò che ho imparato nei mie anni di studi, in modo che per loro la moda non fosse soltanto un discorso economico, ma anche un modo per raccontare attraverso i capi che confezionano una loro storia, la loro cultura. La realtà di queste ragazze, che sono 10 e fanno parte della cooperativa Gis Gis, nata al termine del loro primo ciclo di studi, è ancora molto piccola: si tratta di ragazze che hanno studiato nella scuola sottostante al laboratorio, come diceva Giulio, dove hanno imparato la parte più tecnica del lavoro, ovviamente con le loro metodologie che sono ben diverse dalle nostre. Hanno sicuramente molta voglia di mettersi in gioco e impegnarsi in questo settore, anche perché nella realtà tradizionale senegalese il mestiere del sarto è un mestiere maschile, quindi le ragazze non avrebbero avuto la possibilità di mettersi alla prova in questo settore se non esistesse il centro. Quando le abbiamo conosciute il primo impatto è stato di “diffidenza”, dovevano imparare a fidarsi di noi, capire di cosa si trattasse, mentre poi piano piano si sono rotti gli indugi, abbiamo spiegato loro bene il progetto ma abbiamo anche lasciato parlare più che altro loro invece di parlare noi, per renderle protagoniste del progetto. Così hanno iniziato a partecipare attivamente, abbiamo cercato con loro i tessuti, realizzato i modelli, abbiamo fatto in modo che nei capi si creasse un filo tra chi li cuce e chi li acquisterà. In modo che il capo riesca a raccontare questo rapporto che, invece, normalmente nell’industria dell’abbigliamento non esiste più, perché lavorando in serie o su grandi numeri tu realizzi solo una piccola parte e poi il progetto prosegue “senza di te”, mentre con loro abbiamo la possibilità di mostrare tutto, metterci la faccia a dimostrare tutto quello che sta dietro la realizzazione di un progetto di moda.

Giulio: L’idea era quella di uscire dal concetto di moda diffuso oggi di andare in un paese, sfruttare la manodopera a basso costo. Noi volevamo trasferire delle competenze di moda a loro e creare un legame con loro e dare un significato alla produzione. Noi ci siamo presentati il primo giorno con un’idea in mente, poi ti devi ovviamente confrontare con la realtà che c’è lì, un ambiente piccolo e familiare. Non avendo alle spalle, come invece accade in altri progetti di cooperazione un finanziatore grosso, la logica è dire: voi avete delle competenze e delle capacità, noi cerchiamo di integrarle con le nostre e vi diamo la possibilità di coinvolgere più persone e tramite la formula del crowdfunding per finanziare il progetto. La logica è: tu presenti un progetto, poi, se piace, viene finanziato. Le abbiamo aiutate ad accedere a questa possibilità, creando un contesto, un video di presentazione, cosa che magari non avrebbero fatto da sole.

Sara. La prima volta che siamo andati da loro in Senegal abbiamo portato con noi un po’ di cartamodelli che avevamo già pronti, con loro abbiamo scelto i tessuti e poi, piano piano, abbiamo iniziato a realizzare i capi, tagliarli, cucirli, studiare i vari passaggi di produzione. Le ragazze i primi giorni si sono impegnate in questo, anche perché ci sono varie differenze rispetto alle “regole” occidentali. Abbiamo scelto di realizzare delle t-shirt perché sono facilmente commercializzabili, e si possono inserire facilmente nel mercato occidentale, a questo abbiamo unito un connotato della loro tradizione che sono i tessuti, quindi abbiamo cercato i loro tessuti tradizionali e abbiamo lavorato sull’accoppiamento di questi, come abbinare i colori e come chiamare anche i capi della collezione. I nomi hanno tutti un richiamo alle provenienze delle ragazze, i vari nomi dei quartieri della città in cui vivono, o in cui si va a comprare i tessuti. Inoltre le abbiamo coinvolte nella creazione dei prototipi della collezione stessa e passo a passo mettendo insieme il capo, ci hanno sorpreso perché hanno partecipato davvero attivamente al progetto, si sono messe in gioco, e il giorno prima di tornare in Italia hanno voluto fare una foto di gruppo indossando una t-shirt di un colore verde improponibile (ridono n.d.r.) fatta con un jersey d’esempio che avevamo portato noi dall’Italia. È stato un bello scambio, perché sicuramente noi abbiamo trasmesso loro delle competenze, ma anche loro ci hanno dato tanto, facendoci conoscere un modo di vivere, anche l’ambiente lavorativo, completamente diverso da quello a cui siamo abituati.

Giulio. Noi viviamo la realtà della nostra azienda con scadenza “tra 5 minuti”, invece lì c’è molta più calma, è tutto “lento” e dilatato. E quindi vivono in un clima molto più rilassato e tranquillo e inoltre hanno più l’ottica della comunità, nella casa della nostra cooperante ad esempio la porta è aperta. Quasi tutte le case hanno un cortile, tante stanze e la cucina è in comune, mangi insieme agli altri, i bambini del quartiere entrano e giocano.

Sara. Anche nel lavoro sono così: la forza di affrontare una difficoltà è la comunità, per esempio il problema di montare “il collo” della t-shirt: si sono messe tutte insieme a capire come affrontare l’ostacolo e arrivare ad un risultato.

Io: Quale è l’obiettivo della raccolta fondi? Come distribuirete la collezione?

Giulio: la raccolta fondi non è una operazione di beneficienza in senso stretto, è un’operazione di crowdfunding, è una reward-based, tu di fatto pre-acquisti la t-shirt ad un prezzo competitivo (29€ uomo, 35€ donna n.d.r.) e così contribuisci a  rendere possibile la realizzazione del progetto. Ovviamente puoi contribuire anche più di quello che è il prezzo del capo! Così facciamo in modo prima di tutto che la cooperativa possa andare avanti, offrire lavoro alle ragazze a anche aiutarle con i costi fissi, ad esempio l’affitto del loro laboratorio, la manutenzione dei macchinari di lavoro ecc. Per la distribuzione noi ci siamo dati dicembre come mese di consegna, il periodo natalizio, stiamo anche lavorando su un po’ di contatti per trovare dei negozi indipendenti che abbiano voglia di partecipare vendendo le t-shirt.

Sara: in questa prima missione vogliamo seguirle in questo momento cruciale e poi pensare con loro ai passi successivi, i fondi raccolti ora ci servono per avviare la produzione, poi in seguito, ci piacerebbe reinvestire e aggiungere altri capi e quindi “piazzarci” su e-shop e punti vendita fisici.

Io: Come sta andando il crowdfunding?

Giulio: sta andando benissimo, sopra le aspettative, noi abbiamo messo 5.000€ come base proprio per non esagerare. Nelle prime due settimane abbiamo raccolto 4.200€ quindi sicuramente concluderemo sopra l’obiettivo!

Non ci resta che pre-ordinare tutti queste t-shirt, abbiamo tempo fino a lunedì 24 luglio, e poi rimanere aggiornati sulle iniziative future e su come fare per contribuire ulteriormente a questo progetto seguendo la Pagina Facebook Lab Dakar e il sito web.

 

Alessandra Pepe

Alessandra Pepe

Blogger, web editor & social media specialist milanese. Moda e musica le due passioni più grandi che convivono serenamente con una schizofrenia di interessi che va dai viaggi, al beauty, passando per letteratura, arte e design. Fondatrice di momastyle.com, sfacciatamente ironica, moderatamente cinica.

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